“Italofonia: lingua oltre i confini”Lo sconfinamento della lingua inglese
- onisip
- Sep 23, 2025
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Quando s’insegna l’italiano – soprattutto all’estero – a stranieri innamorati della musicalità della nostra lingua, che l’opera lirica continua ad esaltare attraverso il mondo, la frequenza degli anglicismi è fonte per l’insegnante d’imbarazzo e d’irritazione. La presenza di una caterva di parole come “killer”, “badge”, “jackpot”, “tilt”, “gossip”, “pressing”, “standing ovation”, “trolley” ecc., negli scritti italiani odierni crea una situazione imbarazzante. A questi suoi allievi che sono attratti dall’idea, così lusinghiera per noi italiani, di una italianità ricca di forme e di suoni armoniosi, l’insegnante dovrà spiegare il perché di questo ridicolo scimmiottamento della lingua degli americani. In Québec e in Francia, invece, si cerca di mantenere una distanza di sicurezza tra la lingua francese e l’inglese perché si vogliono proteggere i preziosi confini della propria identità storica, culturale, linguistica.
Col trapianto nella terra adottiva noi abbiamo dovuto assumere un nuovo destino collettivo. All’estero diviene chiara l’idea di patria, parola che per gli italiani rimasti a casa ha spesso una connotazione puramente retorica. L’idea di patria emerge dal confronto con gli altri che appartengono a un diverso destino nazionale, e presso i quali, o insieme ai quali nel multiculturalismo, noi ormai viviamo.
L’apprendimento di nuovi idiomi – qui in Québec le lingue da imparare sono due – spinge l’immigrato italiano a fare un raffronto tra la sua lingua e le altre. La lingua e sì uno strumento utilitario quindi opportunistico, ma essa racchiude in sé un mondo di sensibilità e di valori, una cultura, un passato. Un lungo passato. All’estero l’italiano si renderà quindi conto della forte carica identitaria che possiede la lingua madre. La quale non è uno strumento neutro poiché veicola valori; e purtroppo veicola, a danno di noi espatriati italiani, anche stupidi stereotipi. Tra le parole italiane diffuse all’estero vi sono infatti tre termini cui i nostri detrattori fanno stupidamente ricorso per abbassarci: pizza, spaghetti, mafia. In sintesi, la lingua si rivela all’espatriato nella molteplicità dei suoi aspetti non solo strumentali, ma culturali, sentimentali, identitari.
Constatando la noncuranza e la trascuratezza sfioranti il disprezzo che esiste nella penisola nei confronti della lingua nazionale, considerata da molti, governanti inclusi, uno strumento puramente utilitario, c’è da interrogarsi sulle reali capacità del popolo italiano di tramandare ai posteri le radici spirituali del proprio essere collettivo attraverso la trasmissione di quell’incomparabile patrimonio culturale che è la lingua nazionale.
Lo spirito a-nazionale e anche anti-nazionale è ben presente tra i progressisti della penisola. Ed esso caratterizza anche il popolo italiano nel suo insieme. Cosa volete, l’ecumenismo vaticano, l’internazionalismo marxista, e la sconfitta dell’Italia nell’ultima guerra hanno diseducato le masse a un sano, normale patriottismo. Per i progressisti della penisola la lingua italiana fa sì parte dell’identità nazionale ma appunto per questo – per questo suo carattere nazionale – non merita eccessivo rispetto. Per loro “nazionale” evoca “nazionalista”. Loro si sentono cittadini del mondo. Il linguista Bruno Migliorini: “Crollato il fascismo, il gusto della ritrovata libertà spinse ad adoperare parole forestiere a dritto e a rovescio.” Tutto quello che fece il fascismo – tutti noi lo sappiamo – è da rigettare, e quindi anche la difesa della lingua, ben presente durante il fascismo, è da buttare via. Ed è così che la tendenza anarchica, esibizionistica e provincialmente esterofila che affligge il carattere italiano trionfa; mentre un comportamento normale di difesa della lingua nazionale viene considerato alla stregua di un pericoloso nazionalismo.
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