“Italofonia: lingua oltre i confini” Un’inondazione di parole inglesi
- onisip
- Sep 24, 2025
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Lo slogan “italofonia: lingua oltre i confini” inneggia alla lingua italiana e alla sua presenza “oltre i confini”. Io ritengo che gli italiani dovrebbe preoccuparsi, invece, dell’attuale costante espansione dell’anglofonia nella loro lingua.
Nell’italiano, divenuto ormai un itanglese – itangliano, italese, italiese, italianese, anglitaliano, itanglish – fare flop ha suonato la campana a morto per fare fiasco, il gossip ha rimpiazzato il pettegolezzo, e per designare il nomignolo, il soprannome, l’appellativo, l’epiteto, lo pseudonimo si ricorre al termine inglese “nickname”, l’unico che tutti capiscono.
L’effetto sottrattivo dell’inglese vuol dire questo: gli anglicismi sbancano i termini italiani. E così nello Stivalone i rumor hanno messo a tacere le voci. E il tycoon ha fatto le scarpe al nostro magnate. In Italia, paese di “magna magna”, nessuno fa confusione tra Trump, che è un tycoon, e Musk che è invece un magnate; parola quest’ultima che gli italiani, io lo temo fortemente, pronunceranno ben presto all’americana, visto che il termine italiano magnate – dal latino magnus = grande – è identico in inglese.
Grazie al nostro itanglese, il summit ha soppiantato il vertice. I supporter hanno espulso dagli spalti i tifosi. La governance ha fatto le scarpe alla dirigenza. “In cima” è finito in fondo, surclassato da “al top”. Pressing si è sostituito a pressione, a premura, a richiesta insistente. Il successo di pressing è straordinario. Dai giornali: “La guerra in Europa, pressing verso il negoziato”, “Pressing USA su Roma”, “Governo in pressing”, “Macron va in pressing”, “Pressing Ue su Putin”. Oggi si fa pressing come un tempo si faceva footing, divenuto poi jogging. Di gran popolarità è l’espressione “pressing bipartisan”, che gode di gran favore presso tutte le redazioni, che il giornale sia di destra o di sinistra.
Per chi scrive su un giornale italiano l’angloamericano è un jackpot – chiamato, un tempo, montepremi – nel quale si arraffa più che si può. Cosa volete: nella scelta della lingua da usare, se l'italiano o l'inglese, i redattori non vanno per il sottile forse perché sono in pressing o per dirla in lingua borbonica “vanno e’ pressa”. Tanto “e’ pressa” che io credo che vi sia stata una confusione tra il gerundio pressuring, da “to pressure” = esercitare pressioni, e l’aggettivo pressing che in inglese vuol dire urgente. Secondo me è andato di fretta, anzi “e’ pressa”, anche il legislatore quando ha denominato stalking il comportamento persecutorio, le molestie reiterate, le pressioni assillanti, le vessazioni, il braccare un essere umano; con il risultato che avvengono fatti del genere: “Il Tar di Aosta ha accolto il ricorso di un uomo denunciato per stalking: aveva regalato cioccolatini e fiori a una donna.” Morale della favola: con le parole inglesi, in Italia, prendono fischi per fiaschi.
Oggi, nel Bel Paese non hanno più un partigiano per presidente come ai tempi di Pertini. L’attuale presidente, Sergio Mattarella, meriterebbe comunque l’appellativo (nickname) "multipartisan". Mattarella, infatti, è “in pressing” costante, ossia fa pressioni sul governo, affinché l’Italia accolga a braccia aperte i cittadini dei paesi dove non si rispettano i diritti umani. Tali paesi sono un centinaio, e queste persone sono svariati milioni e forse centinaia di milioni. A questo punto mi è impossibile non commentare: ma la mafia, prodotto tipico italiano e in particolare siciliano, non conta per il siciliano Mattarella? Dopo tutto a lui la mafia ha ucciso un fratello. E la mafia, la ‘ndrangheta, la camorra di casa nostra, incluse le tante mafie importate tra cui quella nigeriana, rispettano forse i diritti umani dei cittadini italiani? Non sarebbe bene impegnarsi a fondo per garantire la protezione dei diritti fondamentali a siciliani, calabresi, napoletani e agli altri della penisola? Ma so di fare un discorso pericolosamente sovranista e populista, fortemente inviso sia all’ecumenismo del Vaticano sia all'ecumenismo del Quirinale, celebratore entusiastico, quest'ultimo, del diverso straniero ossia del migrante, senza riguardo alcuno né per la sua fedina penale né per le sue capacità e intenzioni lavorative.
Claudio Antonelli (Montréal)
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